
Non è una storia d’amore.
Per chi ha letto Cime tempestose sa di cosa sto parlando, chi invece non ha ancora avuto modo di leggerlo è bene che capisca il perché.
Ancora oggi si considera erroneamente Wuthering Heights la storia di un’amore tormentato. L’errore si è insinuato nel corso degli anni fino a snaturare la vera essenza del libro e il principale “colpevole” è il cinema: ben sette adattamenti tra cinema e televisione (tra i più famosi quello del 1939 con Laurence Olivier e quello del 1992 con Ralph Fiennes e Juliette Binoche) nei quali la storia ci viene restituita solo per metà (nel romanzo le vicende si svolgono nell’arco di circa trent’anni) o ci si focalizza esclusivamente sui due protagonisti.
Sarebbe riduttivo considerare Catherine Earnshaw e Heathcliff due innamorati: un’infanzia segnata da odio e anaffettività li spinge a crearsi un loro mondo, un mondo che nessuno riuscirà a comprendere.
Cathy e Heathcliff si amano, si odiano, si disprezzano, si tormentano. La forza dei sentimenti che esprimono è talmente potente da distruggere chi gli sta attorno: in un modo o nell’altro tutti finiscono nella rete di complotti e vendette che Heathcliff tesse lentamente ma inesorabilmente; nessuno riesce a sottrarsi al magnetismo di Cathy, che tutto ottiene senza però essere mai pienamente soddisfatta.
La straordinarietà di Emily Brontë sta nella capacità di aver scritto una storia anticonvenzionale per l’epoca vittoriana: i personaggi non trovano redenzione, i sentimenti sono descritti nella loro accezione più brutale, la storia viene raccontata attraverso i ricordi della governante Nelly, alla quale dobbiamo aggrapparci e fidarci ciecamente per scoprire tutto quello che è successo tra le tenute di Wuthering Heights e Thrushcross Grange, tra due generazioni, gli Earnshaw e i Linton, così irrimediabilmente legate nella vita così come nella morte.
Mi chiedo se Emily sarebbe stata capace di scrivere un altro romanzo altrettanto potente e d’impatto come lo è Cime Tempestose. Purtroppo con i “se” e con i “ma” possiamo solo dare spazio all’immaginazione.
Alla prossima,
Belle
